Scuole e Università

Sono luoghi di passaggio, ma anche di costruzione. Spazi in cui si forma il pensiero, ma anche il modo di stare nel mondo. Qui le parole possono aprire strade che non erano visibili. E ogni confronto può diventare crescita condivisa.

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Sparanise, 10 aprile 2026



Ciao, come va lo studio?

Ci sono luoghi che crescono insieme a noi, senza che ce ne accorgiamo.

Le Scuole e le Università sono tra questi.

Entriamo da piccoli, quasi senza memoria, con lo zaino più grande delle spalle.
E ne usciamo dopo anni, con un nome più definito, con pensieri che prima non avevamo, con una direzione che, almeno in parte, abbiamo imparato a cercare.

Passiamo gran parte della nostra vita lì dentro.
Dai primi giorni incerti dell’asilo fino all’ultimo passo, quando ci troviamo davanti a una tesi, a raccontare ciò che abbiamo compreso del mondo.

Ma quei luoghi non sono solo formazione.
Sono vita.

Sono corridoi pieni di voci, banchi che custodiscono attese, finestre da cui si guarda fuori mentre dentro succede qualcosa che non si vede subito.

Impariamo presto che non esistono solo libri.
Che accanto alle lezioni nascono legami.

Le amicizie che iniziano quasi per caso e poi diventano casa.
I primi amori, fragili e intensi, che insegnano senza spiegare.
I contrasti, le incomprensioni, i momenti in cui non ci si sente capiti, né dai professori né da sé stessi.

E intanto cresciamo.

Impariamo a parlare, a comprendere, a stare nel mondo.
Impariamo la fatica della costanza, il peso delle aspettative, la bellezza di una scoperta che arriva dopo tanti tentativi.

Le sveglie presto.
I pullman, i treni, le strade percorse mille volte.
Quel movimento continuo tra casa e aula che, senza accorgercene, costruisce una parte di noi.

Quasi vent’anni, sì.

Un tempo lungo abbastanza da trasformare un bambino in una persona che inizia a scegliere.
Che si trova davanti alla responsabilità di esserci, non solo per sé, ma anche per gli altri.

Perché ciò che impariamo non resta fermo.
Si muove.
Si trasforma in azioni, in idee, in cambiamenti.

Non sempre miglioriamo il mondo, è vero.
Ma abbiamo la possibilità di farlo.

E forse è proprio qui che sento nascere qualcosa dentro.

Il desiderio di entrare in quei luoghi, non da studente, ma da presenza.
Per avvicinarmi ai ragazzi, per ascoltarli davvero.

Per creare spazio.

Spazio per parlare senza paura.
Per confrontarsi senza sentirsi giudicati.
Per dire anche ciò che normalmente resta indietro, tra una lezione e l’altra.

Perché anche lì, tra quei banchi, c’è bisogno.

Bisogno di essere visti.
Bisogno di essere ascoltati.
Bisogno di sentirsi compresi, almeno una volta, davvero.

E allora penso che forse la scuola e l’università non finiscono quando si esce da quell’aula.

Continuano.

In tutto ciò che facciamo dopo.
In come scegliamo di stare nel mondo.
In come decidiamo di esserci per gli altri.

E forse, proprio tornando lì dentro, si può restituire qualcosa.
Non una lezione.

Ma una presenza.