Istituti Penali Minorili

Ci sono strade che si interrompono troppo presto. Luoghi in cui l’errore non è la fine, ma un punto da cui ripartire. Qui ogni incontro può diventare possibilità. Perché nessuna storia è già scritta fino in fondo.

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Sparanise, 9 aprile 2026



Ciao, ti va di evadere?

Ci sono luoghi che esistono ai margini dei nostri pensieri.
Gli Istituti Penali per i Minorenni sono tra questi.

Mi domando che forma abbia il mondo visto da lì dentro.
Che suono faccia il silenzio quando non è vuoto, ma pieno di storie che nessuno ha mai davvero ascoltato.

Perché ogni ragazzo che arriva lì non è solo il gesto che ha compiuto.
È molto prima di quel gesto.

È una storia.

E allora le domande iniziano ad affacciarsi, una dopo l’altra, senza chiedere permesso.
Chi erano prima di arrivare lì?
Chi li ha guardati davvero, almeno una volta, senza distrarsi?
Chi li ha chiamati per nome con cura, con attenzione, con presenza?

Hanno avuto qualcuno che li abbia amati senza condizioni, senza misura, senza paura di restare?
Oppure sono cresciuti dentro spazi vuoti, dove l’assenza faceva più rumore delle parole?

Mi chiedo se la società li abbia mai davvero protetti.
Se la scuola sia stata un rifugio o solo un passaggio.
Se qualcuno si sia accorto, in tempo, che qualcosa stava cedendo.

Perché spesso ciò che esplode fuori nasce molto prima, in silenzio.
E quando arriva, è già troppo tardi per fingere di non vedere.

Non sono un giudice.
E non lo voglio essere.

Il giudizio chiude, separa, definisce.
L’ascolto, invece, apre.
Tiene insieme.
Prova a capire senza giustificare, a vedere senza etichettare.

È vero, abbiamo la libertà di scegliere.
Abbiamo la possibilità di non fare male, di non oltrepassare certi limiti.

Ma la libertà, quando cresce senza guida, senza cura, senza presenza, può diventare smarrimento.
E lo smarrimento, a volte, prende strade che fanno male. Agli altri, certo. Ma prima ancora a sé stessi.

Ed è proprio per questo che sento nascere dentro di me un desiderio semplice, ma forte.
Entrare in quei luoghi.

Non per cambiare tutto.
Non per salvare qualcuno.

Ma per esserci.

Per sedermi accanto a quei ragazzi e a quelle ragazze.
Per ascoltare le loro parole, ma anche i loro silenzi.
Per dare spazio a ciò che forse non è mai stato detto.

Perché ogni storia, quando viene raccontata davvero, smette di essere solo peso.
Diventa possibilità.

E allora mi chiedo: perché non provarci?
Perché non offrire presenza, tempo, attenzione?

Se un istituto esiste, deve avere un senso che va oltre la punizione.
Deve essere un passaggio.
Un punto da cui ripartire.

Altrimenti resterebbe solo un luogo che trattiene, ma non trasforma.

Quando si è ancora giovani, tutto è più fragile, ma anche più aperto.
La parola “recupero” viene dal latino recuperare, che significa “riprendere, riavere ciò che era stato perduto”.
E dentro questa parola c’è già tutto.

Non si tratta solo di correggere un errore.
Si tratta di restituire una possibilità.

Perché sbagliare è umano.
Ma anche rimediare lo è.
E cambiare vita, forse, è una delle forme più alte di umanità che possiamo incontrare.

Allora penso che forse il compito più grande non sia evitare che qualcuno cada.
Ma fare in modo che, se cade, non resti solo a terra.

E forse è proprio lì, in quei luoghi che fanno paura, che può nascere qualcosa di diverso.
Se qualcuno decide di entrare non per giudicare, ma per restare.

Per vedere davvero.
Per ascoltare davvero.
Per riconoscere che dietro ogni errore c’è una storia che chiede, in qualche modo, di essere compresa.

E continuo a portarmi dentro questa domanda, come una porta socchiusa.

Chissà che mondo è quello visto da dentro un IPM.

Forse è duro.
Forse è confuso.
Forse è pieno di errori.

Ma forse, proprio lì dentro, esiste ancora uno spazio in cui qualcosa può ricominciare.