Cliniche e Ospedali

Ci sono stanze in cui il tempo cambia ritmo. Luoghi in cui il corpo chiede attenzione e la mente cerca appoggio. Qui la presenza conta quanto la cura. E anche un ascolto può diventare sollievo.

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Sparanise, 9 aprile 2026



Ciao, come ti senti?

Ci penso spesso, sai.

A come deve apparire il mondo quando lo si guarda da sopra un lettino d’ospedale.
Non dall’altezza dei passi, ma da quella sospesa in cui il corpo si ferma e la vita continua a scorrere altrove.

Lì il tempo cambia natura.
Non corre più, non si lascia inseguire.
Si posa.
Resta.

Immagino i pensieri che arrivano senza bussare, uno dopo l’altro, come onde lente.
Alcuni fanno rumore, altri sfiorano appena.
Le paure, invece, credo si siedano accanto. Non passano. Rimangono.

Perché oltre al dolore che attraversa il corpo, ce n’è uno più silenzioso che attraversa dentro.
Non ha nome preciso, ma si sente.
È quello che si accende quando il futuro si fa incerto, quando le risposte non arrivano, quando il controllo scivola via dalle mani.

Un ago nel braccio.
La flebo che scende goccia dopo goccia, come se contasse il tempo al posto tuo.
Gli occhi che si chiudono non per dormire, ma per trovare un attimo di tregua.

Forse la paura abita davvero in quei luoghi.
Non come un ospite rumoroso, ma come una presenza discreta, costante.
Sta nei corridoi, nei silenzi tra un passo e l’altro, nei respiri trattenuti.

E noi, lì, diventiamo altro.
Diventiamo corpo affidato.
Carne che si lascia attraversare, cucire, curare.
Sotto lo sguardo attento di chi prova a tenerci qui, un istante in più.

Ci sono momenti in cui la medicina sembra non bastare.
In cui il corpo non risponde, come se si fosse ritirato in un luogo dove nessuno può raggiungerlo.
E lì si apre uno spazio fragile, sottile, in cui tutto può accadere.

Nella stanza accanto può nascere una vita.
In quella accanto ancora, un’altra può spegnersi.

E allora mi chiedo cosa si provi davvero in quei momenti.
Quando la forza si assottiglia, quando le speranze iniziano a farsi più piccole, quando si resta sospesi tra ciò che è stato e ciò che potrebbe non essere.

Penso ai bambini, ai ragazzi, agli adulti, agli anziani.
A ogni volto che attraversa quei reparti.
A ogni storia che si ferma lì, almeno per un po’.

E penso anche a chi resta.
Ai medici, agli infermieri, a chi combatte ogni giorno con una dedizione che spesso non si vede fino in fondo.
A quelle mani che non si arrendono, anche quando tutto sembra difficile.

Molte volte si torna a casa.
E forse quel ritorno ha il sapore delle cose nuove, anche se sono le stesse di prima.

Altre volte, invece, quella stanza diventa l’ultima.
E allora il mondo si chiude lì, in pochi metri, in pochi sguardi, in pochi respiri condivisi.

Forse è per questo che continuo a pensarci.
Perché sento il desiderio di essere lì, non per curare, ma per restare.

Sedermi accanto.
Ascoltare senza fretta.
Distrarre, anche solo per un istante, dal peso che si porta dentro.

Essere una presenza leggera, ma vera.
Una voce che non chiede nulla, ma che resta.

E allora torno sempre alla stessa domanda, come se non volesse lasciarmi.

Chissà com’è davvero il mondo visto da sopra un lettino d’ospedale.

Forse è più piccolo.
Forse è più fragile.
Forse, proprio per questo, è anche più vero.