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Sparanise, 15 febbraio 2026


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Nuotiamo insieme?

È da parecchio tempo che il mare non vede il mio sguardo.

Eppure io lo sento ancora addosso.
Sulla pelle, tra le dita, nei ricordi che profumano di sale.

Questa storia nasce a Mondragone, sul litorale tirrenico della Campania.

Da bambino il mare era il mio regno.

Costruivo castelli di sabbia con la convinzione che sarebbero durati per sempre.
Le onde arrivavano come ospiti rumorosi, poi si ritiravano in silenzio.
L’odore del sale si mescolava alle telline raccolte con pazienza, agli spaghetti con i pomodorini freschi, alle graffe mangiate la mattina presto con ancora il sonno negli occhi.

C’erano le granite in riva, gli ombrelloni aperti come grandi fiori colorati, i lettini caldi sotto il sole.
C’erano i venditori ambulanti che passavano lenti tra le file di sdraio, con occhiali, bracciali, collane… e qualche parola gentile.

Ogni respiro era una scoperta.
Ogni estate un tuffo continuo nel blu.

Poi sono cresciuto.

E il mare, che per anni mi aveva accolto senza chiedermi nulla, ha iniziato a mettermi davanti a me stesso.

Restare solo in costume mi agitava.
Togliere la maglietta diventava un conto alla rovescia.
Cercavo di rimandare, di distrarmi, di ridere con gli altri.
Ma quel momento arrivava sempre.

E io non mi sentivo più al sicuro.

Non mi vedevo bene.
Non mi sentivo a mio agio dentro il mio stesso corpo.

Così ho iniziato a evitare.
Un’estate dopo l’altra.

Quando alle superiori si iniziava a parlare di mare, io non mi scaldavo: mi irrigidivo.
Mentre tutti programmavano bagni e pomeriggi sotto il sole, dentro di me scendeva una piccola lastra di ghiaccio.

Ho lasciato passare tante estati.
Tanti bagni.
Tanti tramonti.

Per vergogna.

Lo so, può sembrare qualcosa di leggero.
Ma quando una paura ti abita dentro, non è mai leggera.
È una corrente silenziosa che ti trascina lontano da ciò che ami.

E così ho smesso di costruire castelli di sabbia.

Chissà se il mare si ricorda di me.
Chissà se sente la mia assenza.
Chissà se le stelle marine e i granchi mi chiamano ancora per nome.

A volte mi rivedo sott’acqua, con la maschera e il boccaglio, a perlustrarne il fondo in cerca di conchiglie preziose.
Tra i pesciolini e le alghe danzanti, però, trovavo anche altro: bottigliette di plastica, buste, bicchieri. Oggetti che non appartenevano a quel mondo.

Mi allontanavo quando vedevo qualcosa di sporco.
Mi faceva male.

Il mare non poteva difendersi.
Ci accoglieva ogni estate, e noi non lo custodivamo.

Forse è da lì che nasce tutto.

Da quel bambino che ha amato il mare.
Da quel ragazzo che lo ha evitato.
Da quell’uomo che oggi prova a fare pace con entrambi.

È da lì che nasce Inchiostro Blu.

Un programma che ho scelto di creare perché sentivo che dovevo restituire qualcosa.
Non solo per sostenere chi si prende cura del mare ogni giorno, ma per dire a quel bambino che non l’ho dimenticato.

Per questo ho deciso di sostenere Ogyre, con piccole donazioni che aiutano i pescatori a recuperare i rifiuti dalle acque.

Il mio gesto sarà soltanto una piccola goccia per l'oceano.
Ma è un gesto importante.

Anche se non metto i piedi nella sabbia da anni, dentro di me continuo a immaginarmi con la paletta e il secchiello, a giocare senza pensieri.
Inchiostro Blu è il mio modo per dire al mare:
“Non mi sono dimenticato di te.
Ci penso ancora.”

E forse scrivere è questo:
immergersi senza farsi vedere, nuotare tra le proprie paure, raccogliere ciò che fa male e trasformarlo in qualcosa che può servire anche agli altri.

Se una storia può nascere dall’inchiostro, allora quell’inchiostro può diventare mare.

Abbiamo tanto blu dentro.
Se impariamo a custodirlo, possiamo renderlo limpido.

Forse un giorno tornerò davvero a nuotare.
Forse no.

Ma mi piace pensare che, da qualche parte, tra le onde di Mondragone, ci sia ancora un bambino che costruisce castelli e non ha paura di mostrarsi al sole.

E magari, un giorno, nuoteremo insieme.
In un mare pulito.
Blu.