Lorem ipsum.
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C’è una soglia, prima di ogni incontro.
Una porta che non serve a escludere, ma a custodire.
In Lettere a Stroit ci sono solo io.
Non esistono stanze parallele, né altre scrivanie accese nella notte.
Non ci sono altre mani che aprono le buste, altri occhi che leggono tra le righe, altre voci che rispondono al posto mio.
Ogni parola che arriva passa da me.
Ogni silenzio resta con me.
Ho creato questo progetto con un desiderio semplice e radicale: offrire un ascolto sincero, reale, pieno.
“Pieno” viene da plenus: colmo, intero, non diviso.
Significa esserci senza frammenti, senza fretta, senza distrazioni.
Ma proprio perché ci sono solo io, non potrei sostenere un flusso incontrollato di lettere.
Non sarebbe possibile.
Non sarebbe onesto promettere ciò che non potrei mantenere.
Per questo ti chiedo di scrivermi solo se sei un utente regolarmente iscritto.
È una forma di tutela, prima ancora che una regola.
È il modo più giusto che ho trovato per garantire a chi partecipa la cura che merita.
Ti informo inoltre che eventuali lettere prive di codice di riferimento, o con codici errati, non verranno aperte e saranno distrutte senza essere lette.
Lo so.
Può sembrare rigido.
Forse anche un po’ duro.
Ma la correttezza, dal latino corrigere, significa “raddrizzare insieme”.
Dire le cose come stanno è il mio modo per tenere dritta la linea.
Abbiamo una possibilità su 59 milioni di incontrarci, in questa terra che condividiamo.
Se sarà destino (destinare, cioè “stabilire, orientare verso”) accadrà nel modo giusto, nel tempo giusto.
Nell’attesa di quel momento, scelgo una postura antica:
amor fati.
Amare ciò che viene.
Custodire ciò che è.
Attendere senza forzare.
Io sono qui.
Ma con misura.