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Sparanise, 16 febbraio 2026


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Coltiviamo la nostra storia?

Non si direbbe, forse.
Ma io sono stato un ragazzo di campagna.

Sono nato e cresciuto tra frutta appena colta e uova ancora tiepide, tra terra umida e cassette di plastica, tra l’acqua dei tubi che scorreva lenta e il fango che mi si incollava alle ginocchia.
Tra gatti, cani, conigli e galline chiassose.
Da entrambe le parti, la famiglia aveva le mani segnate dalla terra. Agricoltori. Persone che si alzano presto e parlano poco, ma fanno molto.

La campagna mi ha insegnato il ritmo.
Il sacrificio silenzioso.
La pazienza di aspettare che qualcosa cresca.

E poi mi ha insegnato la gioia semplice: giocare nel fango fino a non riconoscere più il colore dei pantaloni, rientrare a casa con le scarpe pesanti di terra e mamma che mi guardava con quell’ansia affettuosa, ordinandomi di correre sotto la doccia prima ancora di varcare la soglia.

Abbiamo vissuto tutti insieme nella casa di campagna fino al 6 giugno 2017.
Quel giorno abbiamo chiuso la porta per l’ultima volta.

Mamma, le mie sorelle, nonna Amelia — la mamma di mamma — e io.
Una decisione che non ci è caduta addosso: ci ha parlato, ci ha coinvolti, mi ha chiesto se volessi andare con lei. Ricordo quella domanda. Ricordo il modo in cui mi ha fatto sentire parte della scelta.

Poi si è messa in moto.
Ha cercato casa.
E così da Francolise siamo arrivati a Sparanise.

Dalla campagna alla città.
Una realtà nuova, un nuovo inizio.

Ricordo gli scatoloni nel cortile.
Ricordo la prima notte: mi sono buttato sul materasso senza neppure le lenzuola, stremato. Solo io e la stanchezza.
Ci sono voluti giorni per sistemare vestiti, oggetti, ricordi.
Abituarsi è stato un processo lento. La città non ti offre le stesse comodità della campagna, ma ci offriva serenità. E quella bastava.

Così da ragazzo di campagna sono diventato un ragazzo di città.
O forse no.

Sono rimasto me stesso.

Non mi sono buttato a capofitto nelle amicizie. Studiavo a Sessa, prendevo il pullman ogni mattina, trascorrevo la giornata fuori e rientravo nel pomeriggio o verso sera. La mia vita era movimento, ma dentro avevo ancora l’odore della terra.

Il legame non si è mai spezzato.

Mi ricordo il bambino che si arrampicava sugli alberi.
Che annaffiava le piantine e le guardava crescere come si guarda un miracolo lento.
Mi ricordo l’insalata coltivata nei vasi in mansarda, le piantine di mais che diventavano pop corn, le estati sotto il capannone a fare la passata di pomodoro con mamma e nonna. Il sugo fatto in casa è un’altra storia, davvero.

Mettere le mani nel terreno, ancora oggi, mi riporta lì.
E mi ricorda che il tempo corre.
Ma alcune radici restano.

È da queste radici che nasce AgriStroit.

Un’idea semplice.
Ma profonda.

Per ogni iscritto, la possibilità di scegliere una piantina, darle un nome, adottarla.
Coltivarla insieme.

In fase di registrazione si potrà decidere se adottare una piantina e battezzarla.
Da quel momento, nel vivaio del progetto, si potranno seguire i progressi: dalla semina al primo germoglio, dal travaso alle foglie più forti.
Vederla crescere.
Accompagnarla con piccoli gesti di cura.

AgriStroit è questo:
storie che mettono radici.

Un impegno condiviso, concreto.
Un gesto di attenzione che diventa simbolo.
Una piantina che racconta il nostro legame.

Perché coltivare qualcosa insieme significa imparare la costanza. Significa accettare che non tutto germoglia subito. Significa credere che ciò che si cura, prima o poi, restituisce vita.

E forse è anche questo che desidero:
che il bambino che giocava nel fango continui a esistere.
Che possa rimettersi gli stivali, sporcarsi le mani, tornare contadino almeno un po’.

Una piantina alla volta.



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