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Sparanise, 7 aprile 2026


Alle volte uno si crede incompleto
ed è soltanto giovane.

Italo Calvino


Crescere cambia tutto

C’è un’età in cui tutto sembra accadere per la prima volta.

Non perché il mondo cambi davvero, ma perché cambiamo noi mentre lo guardiamo.

Crescere, in fondo, è questo: uno spostamento continuo dello sguardo.
Ogni giorno aggiunge una sfumatura, ogni esperienza incide una traccia sottile, e senza accorgercene diventiamo altro rispetto a ieri.

Non esiste una linea comune, una strada identica da percorrere.
Ognuno si muove dentro una traiettoria che sembra già preparata, come se la vita avesse disposto in anticipo luoghi, incontri, possibilità. Una casa, delle voci, delle mani che accolgono. Una scuola, delle strade, un tempo storico che ci contiene.

Eppure, nel momento stesso in cui arriviamo, qualcosa devia.
La vita, che sembrava organizzata, si riorganizza.
Quello che era previsto si piega, si apre, si trasforma.

Perché crescere non è eseguire un copione.
È riscriverlo mentre lo si vive.

Noi ci sviluppiamo insieme alla vita, non dentro un disegno rigido ma dentro una relazione continua. Con ciò che ci accade, con chi incontriamo, con ciò che scegliamo o evitiamo. È una danza, sì, ma non coreografata fino in fondo. C’è ritmo, ma c’è anche improvvisazione. C’è direzione, ma anche possibilità.

Ed è qui che tutto prende davvero forma.

Tra tutti i momenti, ce n’è uno che più degli altri lascia un’impronta profonda.
L’adolescenza. 

Chiamarla fase è riduttivo.
È un tempo che non sai delimitare davvero, perché non finisce quando cambia il corpo, e non inizia solo quando cresce. È qualcosa che attraversa, che resta, che continua a vivere anche dopo.

Inizia con la pubertà, ma non si esaurisce lì.
Da quel punto in poi, i pensieri si fanno più complessi, le domande più urgenti, le scelte più cariche di significato. Non sono solo tentativi: sono atti che costruiscono.

In questo senso, l’adolescenza è profondamente performativa.
Non è solo un passaggio.
È un luogo in cui ciò che si prova, si pensa, si sperimenta, tende a diventare parte di ciò che saremo.

È come un teatro aperto, senza pubblico fisso, in cui si mettono in scena emozioni, identità, possibilità.
Si prova a essere, si prova a sbagliare, si prova a capire.

E proprio per questo è fragile.

Fragile non significa debole.
Significa esposta.

Esposta allo sguardo degli altri, al giudizio, al confronto.
Esposta alle cadute, alle scoperte improvvise, a quella sensazione di non avere ancora una forma stabile.

È un tempo nudo, in cui tutto arriva più forte.

Ed è per questo che va custodito.
Non controllato, non soffocato. Custodito.

Perché stare accanto a un adolescente non è semplice.
Richiede pazienza, presenza, capacità di restare anche quando è scomodo. Richiede uno sguardo che non giudica subito, che non pretende di capire tutto, ma che sceglie di esserci.

Ed è giusto che sia difficile.
Perché si ha a che fare con qualcosa di vivo, in trasformazione continua.

Forse il punto non è guidare, ma accompagnare.
Non è tracciare la strada, ma restare abbastanza vicini perché chi cresce possa perdersi senza smarrirsi davvero.

Avere uno sguardo migliore significa questo.
Riconoscere che chi si affaccia alla vita non ha bisogno di essere corretto in ogni passo, ma sostenuto mentre prova a trovarne uno proprio.

L’adolescenza non è solo un passaggio da superare.
È un tempo da attraversare con cura.

Perché è lì che si preparano le radici invisibili di tutto ciò che verrà dopo.