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Immagina una pagina bianca.
E un compasso.
Il silenzio prima del gesto.
Poi il primo movimento: lento, preciso, quasi solenne. La punta che si posa, l’altra che inizia a camminare. Non c’è fretta. C’è intenzione. C’è fiducia nella traiettoria.
Il cerchio nasce così.
Non come un’imposizione, ma come un ritorno.
Un cerchio è una forma gentile: non ha angoli, non esclude, non ferisce. Custodisce. Tiene dentro senza stringere. È il luogo in cui le possibilità non si disperdono, ma si raccolgono. In cui le storie trovano dimora e non si sentono più sole.
Un compasso ha due braccia.
Una resta ferma. Tiene il centro.
L’altra si muove. Esplora. Disegna.
Senza il centro, il movimento sarebbe caos.
Senza il movimento, il centro sarebbe immobile.
Insieme generano spazio. Insieme lo abitano.
Quel compasso siamo io e te.
Io che ho tenuto il punto, in questi anni, anche quando tremava.
Io che ho continuato a girare attorno a un’idea finché non è diventata forma.
Io che ho difeso il centro quando tutto intorno sembrava chiedermi di spostarlo.
Ma un cerchio, per essere vivo, ha bisogno di più respiri.
Lettere a Stroit è cresciuto in silenzio. È diventato grande un passo alla volta, notte dopo notte, dubbio dopo dubbio. È nato dentro di me, ma non è mai stato solo mio. Ogni parola scritta portava già dentro il desiderio di essere condivisa.
Ci penso spesso.
A come sarebbe stato progettare tutto questo insieme.
A come sarebbe stato discutere un dettaglio, rivedere una frase, correggere una rotta con qualcuno accanto.
A quanto sarebbe stato più leggero, e forse anche più luminoso, costruire con altri sguardi, altre competenze, altre mani.
Non per dividere il centro.
Ma per allargarlo.
Sogno una squadra che non sia solo operativa, ma viva.
Persone capaci di avere cura.
Persone che sappiano custodire senza irrigidire, innovare senza snaturare.
Persone che sentano il peso dolce della responsabilità e la bellezza dell’impegno condiviso.
Una squadra mia.
Non per possesso, ma per appartenenza.
Tutti dentro lo stesso cerchio.
Tutti consapevoli che il centro va protetto, ma il movimento non deve fermarsi.
Ho tracciato un cerchio immenso.
L’ho fatto con pazienza, con disciplina, con una fede ostinata nella possibilità.
Adesso, mentre il compasso è ancora aperto, mentre il segno non è finito, mi volto.
E penso che sarebbe davvero stupendo
se anche tu fossi qui.