Uno scontro con mamma.
Un litigio piccolo, iniziale, come ne capitano in ogni famiglia. Si gioca, si scherza, si discute, poi si va avanti. Solo che quella volta il terreno era fragile. Ero già triste, agitato, spaventato. Avevo dentro una miscela che non sapevo nominare.
Bastò poco.
La mia reazione fu immensa. Sproporzionata. Distruttiva.
E smisi di parlare con lei per tutta l’estate.
Non ero arrabbiato per il litigio.
E non ero arrabbiato con lei.
Ero arrabbiato con quello che avevo dentro.
Più lei provava a sistemare, più io mi chiudevo.
Più cercava di avvicinarsi, più io alzavo muri.
A un certo punto coinvolse anche alcuni miei compagni di classe. Me li trovai in camera, tutti lì. E quello, invece di sciogliermi, mi fece esplodere ancora di più.
Perché nel frattempo mi ero già allontanato da loro.
Dopo il giorno dei voti avevo iniziato a sparire. Non rispondevo, non cercavo nessuno. Poi il litigio. E io scomparsi del tutto.
Rabbia.
Ostinazione.
Tristezza.
Un miscuglio pericoloso.
Quando li vidi lì, in camera, dentro il mio spazio, dissi tra me e me: basta.
Non voglio più vederli.
Non voglio più sentirli.
Un istante.
Una decisione.
E buttai via cinque anni.
Da fuori nessuno capiva. E come avrebbero potuto? Ognuno provava ad aiutarmi a modo suo: mamma, papà, persino una psicologa. Ma ogni tentativo di “aggiustarmi” violava proprio ciò di cui avevo bisogno: tempo e spazio.
Le uniche due cose che mi servivano davvero.
Così reagivo con ancora più forza. Mi privai di tutto. Di tutti. Come se il silenzio fosse l’unica forma di sopravvivenza possibile.
Intanto il tempo scorreva e un’altra incognita si avvicinava: l’università.
Negli ultimi anni del liceo avevo pensato a psicologia. Mi sembrava una materia familiare, affine, quasi una lingua che intuivo di conoscere senza averla mai studiata. Anche nel silenzio di quell’estate iniziai a informarmi.
La scelta cadde sull'Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli.
Per entrare bisognava superare un test di ammissione. Domanda entro fine agosto 2019.
Ero sul punto di rinunciare. Nel mio stato emotivo, l’idea di iniziare qualcosa di nuovo mi sembrava impossibile. Eppure, su questo, fui lucido. Mi iscrissi.
Presi il treno da solo per la prima volta.
Cellulare vecchio, batteria incerta, Google Maps aperto con l’ansia che si spegnesse prima di arrivare. Scendere a Santa Maria Capua Vetere, cercare la sede a piedi, tremare senza sapere nemmeno bene perché.
Arrivai.
C’era una marea di ragazzi. Centinaia. Tutti lì per quei 250 posti. Mi scoraggiai. Pensai di non avere speranza. Non mi sentivo preparato, non mi sentivo forte, non mi sentivo nulla.
E invece entrai.
Con l’ultimo scorrimento, ma entrai.
Da giugno a settembre furono quattro mesi intensissimi. Per tutti.
Verso l’inizio dell’università qualcosa in me iniziò ad ammorbidirsi. La rabbia si consumò lentamente. Con mamma tornò la quotidianità di sempre.
Con i miei compagni no.
Con loro scelsi di non tornare indietro.
Di non recuperare.
Di restare fedele a quella decisione, anche sapendo di aver ferito.
Ottobre 2019.
Immatricolato.
Il mio percorso in psicologia cominciava.
Non sapevo nulla di quella disciplina. Non sapevo cosa aspettarmi. E, come nessuno, non potevo immaginare che dopo un solo semestre, a marzo 2020, il mondo intero si sarebbe fermato.
Il Covid sarebbe arrivato.
E ancora una volta, la vita avrebbe cambiato il ritmo delle cose, costringendomi a rimanere fermo proprio mentre stavo imparando a ripartire.
Il mio primo giorno in università lo ricordo come si ricordano le prime volte vere.
Era la seconda volta che prendevo il treno in vita mia.
Destinazione Caserta.
Muovevo i miei primi passi da solo. Nessuna campanella a scandire il tempo. Nessuna classe che mi aspettasse da anni. Solo io, uno zaino sulle spalle e una direzione nuova.
Appena varcai il cancello della sede di Via Vivaldi, le gambe iniziarono a tremare.
Non un tremolio leggero. Tremavo davvero. Ogni passo mi destabilizzava. Non sapevo quale fosse l’aula. Non sapevo nemmeno se fossi nel posto giusto.
Chiesi informazioni a dei ragazzi che passavano lì davanti. Li chiamai “passanti” nella mia testa. Perché era esattamente così che mi sentivo: uno che attraversa un luogo che ancora non gli appartiene.
Alla fine trovai un’aula. Credo fosse quella giusta.
Entrai. C’erano grafici, formule, numeri, simboli strani che non capivo. Solo dopo scoprii che era psicometria.
Tra me e me pensai: “aeee… ma dove sono finito?”
La psicologia che avevo immaginato non aveva tutta quella matematica. E invece sì. Era anche questo.
Poi arrivò psicologia generale.
E le altre materie.
E i volti.
Giorno dopo giorno iniziò un nuovo libro della mia vita. Non un capitolo. Un libro.
Il 18 ottobre 2019 arrivò la mail dell’università con la mia matricola: A29003492.
Un codice freddo, impersonale. Eppure per me significava tutto. Era il segno ufficiale di una relazione appena iniziata.
Sì, relazione.
Mi fidanzai con la psicologia.
Io non la conoscevo ancora bene, ma lei mi aspettava. È stato un amore coltivato giorno per giorno.
Frequentando le lezioni, però, percepii qualcosa di strano. Tutto troppo in fretta. Tutto troppo. Tutto tutto il giorno, tutti i giorni. Spiegare sembrava semplice per i professori. Per me, tenere il passo era complicato.
Eppure non ci facevo troppo caso.
Perché nel frattempo iniziavo a conoscere altri ragazzi e ragazze del corso. E si sa, all’inizio l’università è anche questo: sguardi nuovi, chiacchiere leggere, risate in fondo all’aula, discussioni serissime su quale fosse il caffè migliore alle macchinette mentre i professori “interrompevano” spiegando.
Stavo iniziando a vivere l’università con serenità. Con presenza.
E anche con qualche ora di sonno sui banchi. Psicologia generale di prima mattina era una ninna nanna sorprendentemente efficace.
Il primo semestre scorreva.
Facevo fatica ad avvicinarmi agli altri, ma un poco alla volta la mia timidezza andò a prendersi un caffè mentre provavo a socializzare. E confermo: a psicologia siamo un po’ folli per studiarla. Le risate erano garantite.
Era bello.
Era mio.
Ero io.
Settembre, ottobre, novembre, dicembre.
Un soffio di giorni.
Poi arrivò la consapevolezza: “Ah… ma adesso ci sono gli esami?!”
Così iniziai a prepararmi mentalmente. E psicologicamente, ironia della sorte.
Nello stesso periodo cominciai anche il mio primo lavoro. Il sabato e la domenica facevo il cameriere. In settimana studente, nel weekend tra piatti e bottiglie di vino.
Non sapevo fare nulla all’inizio.
Ma un piatto alla volta, una bottiglia stappata alla volta, imparai.
Non era molto il guadagno.
Ma imparavo. E mi divertivo.
Organizzarsi era un caos: lezioni, lavoro, studio, ripetizioni, attenzione da mantenere, sonno da recuperare. Provai a preparare più esami per la prima sessione, ma non ci riuscii. Decisi di concentrarmi su uno solo: inglese.
Forse non è la scelta epica che ci si aspetterebbe.
Ma era il mio punto di partenza.
Gennaio 2020. Studio serio. Scrupoloso.
Il primo esame mi attendeva: 14 febbraio.
San Valentino.
Il mio primo esame universitario dato nel giorno degli innamorati. Una coincidenza che mi fece sorridere. Mi sembrava quasi simbolico: io e la psicologia ufficialmente insieme.
L’esame era orale. Due professoresse.
Una più tranquilla.
L’altra più severa. Temuta.
Indovina con quale delle due capitai.
Quando fu pronunciato "Passaro", feci un sospiro. Accettai l’idea che sarebbe andata male. Mi sedetti. Lei mi guardò. Io guardai lei.
Iniziò con una domanda.
Risposi.
Poi un’altra.
Poi un’altra ancora.
Il tempo passava. Io parlavo. E dentro di me pensavo: meno male che questa “tortura” sta scorrendo veloce.
Dopo un quarto d’ora mi disse che potevo andare.
Idoneo.
Una firma sul verbale.
E una frase che mi rimase impressa: “Beati monoculi in terra caecorum”.
Una frecciata elegante.
Scarsa grammatica, ma pronuncia impeccabile.
Sorrisi.
E capii una cosa: all’esame conta ciò che sai, ma conta anche come lo porti. Sicurezza, presenza, lucidità. Non dare mai al professore motivo di dubitare della tua serenità. Dal momento in cui ti siedi, è guerra. Ma una guerra intellettuale, dove il dialogo rivela quanto e come hai studiato.
Esame passato.
Il primo.
E l’unico.
Perché a marzo l’università chiuse.
Arrivò la notizia del Covid.
Le lezioni sospese.
Le aule vuote.
Avevo appena iniziato a costruire da capo qualcosa di mio. Un nuovo ritmo. Una nuova quotidianità. E ancora una volta, la vita cambiò il tempo.
Non fu solo una chiusura accademica.
Fu uno spegnersi improvviso.
Non poter uscire.
Non poter prendere il treno.
Non poter varcare quel cancello che, qualche mese prima, mi aveva fatto tremare.
Il mondo intero si fermò.
E io, che avevo appena imparato a ripartire, mi ritrovai di nuovo fermo.