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Sparanise, 9 febbraio 2026


Bambino,
se trovi l’aquilone della tua fantasia
legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
e portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell’acqua del sentimento.

Alda Merini


3+2+4= ?

Tre più due più quattro.

Nove anni.

Nove anni di studio, tirocinio, specializzazione.
Nove anni con la testa sui libri.
Nove anni che dovrebbero trasformare un ragazzo in uno psicologo.

La mia domanda è semplice, e forse anche ingenua:
siamo certi che questo sia davvero il percorso giusto?

Parlo dopo quasi sette anni trascorsi dentro l’università. Non parlo da fuori, non parlo per sentito dire. Parlo da studente che ha vissuto nel sistema, che ha investito tempo, energie, fiducia. E che poi si è fermato.

Tutto comincia dalla triennale in Scienze e tecniche psicologiche.
Il nome promette molto: scienze, tecniche, psicologiche.
Ma ciò che spesso riceviamo non è psicologia viva. È una struttura di nozioni, una mappa teorica, una sequenza di manuali che si susseguono con
rigore formale ma con poca connessione con la realtà dell’incontro umano.

Scienze e tecniche psicologiche non è psicologia.
È un suono che le somiglia.

E allora mi chiedo: come possiamo proseguire verso una magistrale se, fin dall’inizio, non veniamo formati alla professione?
Se non impariamo a stare dentro la relazione?
Se non apprendiamo davvero cosa significhi assumersi la responsabilità della sofferenza altrui?

Senza fondamenta solide, la magistrale rischia di essere un ampliamento quantitativo, non qualitativo.
E poi arriva la specializzazione.
Quattro anni ancora.
Teorie, modelli, scuole.

Cosa scegliere?
Perché scegliere?
Una prospettiva non vale l’altra. Non possono essere tutte equivalenti. E l’idea che l’essere umano sia talmente complesso da richiedere una lente diversa per ogni aspetto, se da un lato è comprensibile, dall’altro rischia di frammentare la disciplina fino a renderla irriconoscibile.

Non credo che servano nove anni per diventare psicologi.
Credo che servano anni veri.
Anni densi.
Anni formativi nel senso più autentico del termine.

Ho letto con attenzione le parole della professoressa Giovanna Nigro nel suo manuale di Metodi di ricerca in psicologia, quando scrive che nella progettazione del libro si è tenuto conto dei nuovi percorsi didattici universitari che sollecitano la formazione di nuove figure professionali che “sappiano e che sappiano fare”, e che questa impostazione sembra essere stata ispirata dal legislatore nella definizione dei nuovi itinerari accademici.

Mi ha colpito profondamente quel “sembra aver ispirato il legislatore”.

Perché lascia intendere che la forma della nostra formazione non nasca primariamente dalle esigenze vive della disciplina, ma dalla necessità di adattarsi a un impianto normativo.

Anche nella prefazione al manuale di Introduzione alla psicologia generale, a cura della professoressa Miranda Occhionero, si sottolinea l’esigenza di rispondere all’attuale organizzazione della didattica universitaria, fornendo agli studenti un’introduzione esaustiva dei principali ambiti della psicologia.

Comprendo la necessità di aggiornarsi, di sistematizzare, di organizzare.
Ma mi chiedo: quando l’obiettivo diventa rispondere all’organizzazione della didattica, non rischiamo di perdere il contatto con la sostanza della psicologia?

La psicologia non è nata per riempire crediti formativi.
Non è nata per incastrarsi in un piano di studi uniforme.
È nata da premesse e intenti differenti.

Eppure, ciò che spesso viviamo in università è una corsa.
Esami da preparare rapidamente.
Manuali da sintetizzare.
Programmi da completare.

Poco spazio per respirare la bellezza della disciplina.
Poco tempo per sostare sulle domande.
Poco allenamento alla responsabilità concreta della professione.

Questo mi preoccupa.
Perché la nostra è una professione delicata.
Entriamo nelle vite delle persone.
Ascoltiamo ferite, fragilità, storie che chiedono cura.

Non possiamo permetterci di arrivare lì con soli titoli.
Con competenze formali, ma non interiorizzate.

Non scrivo per dire che l’università non serva.
Scrivo per dire che così com’è, spesso, non basta.

Io non sono riuscito ad accettare l'idea di attraversare nove anni e ritrovarmi con una laurea che certifica un percorso, ma non garantisce una reale preparazione alla complessità umana.

Per questo ho sentito il bisogno di assumermi la responsabilità della mia formazione.
Di studiare secondo ritmi più profondi.
Di integrare, confrontare, aggiornare.
Di non limitarmi a ciò che è previsto, ma di cercare ciò che è necessario.

Non è un atto di presunzione.
È un atto di coscienza.

Forse non sono l’unico ad aver percepito questa distanza.
Forse molti colleghi la sentono, ma non la nominano.

Io la nomino.

Non per attaccare l’accademia.
Ma per chiedere, con rispetto e fermezza, di iniziare a domandarci cosa significhi davvero formare uno psicologo.

Perché la psicologia non è una sequenza di esami.
È un impegno verso l’essere umano.

E questo impegno merita più di un percorso standardizzato.
Merita profondità.
Merita coraggio.
Merita verità.

Cammino sereno.
Perché ho compreso una cosa:
quello dello psicologo è il mestiere della vecchiaia.

Non parlo solo di età anagrafica. Parlo di esperienze.
È il mestiere di chi ha attraversato la vita.
Di chi ha conosciuto il dubbio, il fallimento, la perdita, la trasformazione.
Di chi ha studiato, ma anche vissuto.

E allora:
Io passerò tutta la mia vita a formarmi.
A studiare.
A sperimentare.
A viaggiare.
A vivere.

Affinché un giorno io possa offrire il meglio possibile alle persone che siederanno di fronte a me.

Lo ammetto, ho fame di sguardi.
Ma prima ancora di cercare lo sguardo dell'altro, è ancora necessario guardarsi nell’acqua del sentimento.

Concludo questa lettera con una convinzione: forse è giunto il momento non di rompere le regole, ma di interrogarle. 
Di comprenderle fino in fondo. E, se necessario, di riscriverle.