Non occorre essere colti,
occorre essere umani.
Alda Merini
Giugno 2019.
Ci sono mesi che non sono soltanto mesi.
Sono soglie.
Sono confini tra ciò che sei stato e ciò che, senza chiedertelo, stai per diventare.
Giugno 2019 è stato questo per me: la maturità.
Un tempo carico di tensione, di ansia condivisa nei corridoi, di sorrisi nervosi, di appunti ripassati fino all’ultimo minuto. Ma prima ancora degli esami, prima dei voti affissi su un tabellone, per me quel periodo era qualcosa di più profondo.
Il liceo era stato una seconda casa.
Non una metafora. Una casa vera.
Un luogo fatto di risate improvvise, di compagni seduti accanto, di professori che parlavano mentre il tempo scorreva con un ritmo preciso, scandito dalle campanelle. Un luogo in cui, per cinque anni, mi sono sentito al sicuro.
Essere a scuola significava respirare.
Rimanere fuori casa tutta la giornata era sollievo.
Protezione.
Per cinque anni, ogni mattina salivo sul pullman e iniziava una piccola parentesi di tregua: il caffè al bar, i bollettini pagati alle poste, i panini presi al supermercato, qualche ingresso alla seconda ora, il mercato di Sessa, la villetta, le chiacchiere leggere prima di entrare in classe.
Poi la porta si chiudeva.
Mi sedevo.
Ascoltavo.
E mentre i professori parlavano, io restavo lì.
Fisicamente presente.
Altrove con la testa.
Sapevo che alla fine della giornata sarei tornato a casa. E casa, in quel periodo, non era sinonimo di tranquillità. Così la scuola diventava una bolla. Un tempo sospeso. Un rifugio.
Quando arrivò la maturità, tutti pensavano agli esami.
Io no.
Io pensavo alla fine.
Non avrei avuto un “sesto anno”.
Non ci sarebbe stato un altro settembre in quella classe.
Non avrei più vissuto quella quotidianità che mi teneva in equilibrio.
Stavo per perdere tutto.
Questa consapevolezza, silenziosa, ha iniziato a scavare dentro di me molto più dell’ansia per le prove scritte o per l’orale. Mi mescolavo alle preoccupazioni degli altri, ma in realtà lo studio mi importava poco. Avevo paura della fine.
E quando arrivò il giorno dei voti, quando vidi il mio nome su quel tabellone, qualcosa si staccò.
Ero felice.
Ma una parte di me volò via insieme a quel foglio.
Diploma preso.
Adesso il futuro.
Ma prima ancora di settembre, prima dell’università, accadde qualcosa che non avevo previsto.