«Pure un genio deve mangiare.»
Wax - I nostri giorni
Quando ho iniziato a lavorare a Lettere a Stroit avevo ventun anni e una sola certezza: volevo fare qualcosa che avesse a che fare con
l’umanità, con la cura, con l’ascolto. Non sapevo nulla di economia, di marketing, di sostenibilità. Non conoscevo il significato della parola
“scalabilità”, né avevo mai aperto un business plan. E, a dire il vero, non sentivo nemmeno il bisogno di farlo. Sentivo soltanto il bisogno di
creare uno spazio in cui le persone potessero fermarsi e scrivere senza paura, raccontarsi senza essere misurate, respirare senza dover
dimostrare nulla.
Lettere a Stroit non è nato come progetto imprenditoriale. È nato come gesto. Come tentativo fragile e necessario di restituire profondità a un
tempo che corre troppo veloce. Scrivere per sentirsi meno soli, e leggere per accorgersi che dall’altra parte c’è qualcuno che ascolta davvero.
All’inizio mi bastava questo. Mi bastava vedere che una lettera poteva alleggerire una giornata, che una risposta poteva cambiare il modo in cui
una persona guardava se stessa. Pensavo che il bene generato fosse già una forma di sostentamento, e che l’anima del progetto fosse
sufficiente a tenerlo in piedi.
Quando qualcuno mi chiedeva se ci fosse un fine economico, dentro di me si accendeva una resistenza silenziosa. Non volevo che Lettere a
Stroit fosse tradotto nel linguaggio del mercato. Non volevo che ciò che era nato per gratuità venisse misurato in termini di profitto. Per molto
tempo ho camminato così, sostenendolo con i miei risparmi, con la mia disciplina, con una fiducia quasi ingenua nella forza delle cose
autentiche.
Poi, nel 2024, mentre scorrevo distrattamente Instagram, comparve un annuncio promosso da Amazon e Develhope. Si trattava dell’Amazon
Supply Chain & Technology Incubator, un percorso pensato per trasformare un’idea in un progetto strutturato, sostenibile, pronto a crescere.
Decisi di candidarmi più per imparare che per vincere. Sentivo che poteva essere un’occasione per mettermi alla prova, per capire se l’ascolto
potesse abitare anche un linguaggio più tecnico.
Il progetto piacque. Questo mi sorprese. Ma emerse con chiarezza ciò che io avevo sempre evitato di guardare: mancava un piano economico,
mancava un modello di continuità, mancava una risposta alla domanda più concreta di tutte: come può restare nel tempo? Ricordo nitidamente
il momento in cui mi fu detto che Lettere a Stroit non era “scalabile”. In quella parola c’era tutto il divario tra il mio sentire e la logica
dell’impresa. Per me era un incontro; per il mercato, doveva diventare un sistema.
Provai allora a immaginare forme di monetizzazione coerenti, delicate, rispettose dell’identità del progetto. Per un momento mi sembrò
possibile conciliare le due dimensioni. Eppure, dentro, qualcosa continuava a non allinearsi. Ogni tabella, ogni proiezione, ogni calcolo mi dava
la sensazione di allontanarmi da quel gesto originario che aveva dato vita a tutto. Non era paura di crescere; era timore di snaturare.
Quando arrivò il momento di completare la candidatura caricando le presentazioni finali, scelsi di fermarmi. Non inviai il materiale. Non per
rinuncia, ma per coerenza. Sentivo che, in quel preciso istante, non ero pronto a raccontare Lettere a Stroit con un linguaggio che non mi
apparteneva ancora. Ovviamente non fui selezionato, e quel “no”, per quanto previsto, attraversò comunque una parte sensibile di me. Durò
poco. Perché subito dopo arrivò una consapevolezza più grande: le scelte fedeli, anche quando chiudono una porta, aprono uno spazio
interiore di pace.
Da quel momento non ho smesso di interrogarmi. Ho capito che sostenibilità non è sinonimo di profitto, ma di continuità; che dare una
struttura a ciò che ami non significa tradirlo, ma proteggerlo; che idealismo e disciplina non sono opposti, ma complementari. Non ero pronto
allora, ma quell’esperienza ha ampliato il mio sguardo e mi ha costretto a crescere.
Questo business plan nasce così. Non come esercizio di marketing, ma come atto di responsabilità. Parte da due date precise: il 3 gennaio
2025, giorno della candidatura, e il 27 gennaio 2025, giorno della risposta negativa. perché in mezzo a quei ventiquattro giorni si è consumata
una piccola trasformazione silenziosa. Ho compreso che, se voglio che l’ascolto continui ad esistere, devo creare le condizioni perché possa
farlo in modo ordinato, trasparente, duraturo.
Le pagine che seguono non sono soltanto numeri o strategie. Sono il tentativo di rendere visibile una convinzione: che un progetto gratuito
possa avere un impatto concreto, che la bellezza, quando è amministrata con lucidità, possa sostenersi, che il bene non abbia bisogno di
diventare commercio per diventare struttura. Questo documento è insieme bilancio e promessa. È il modo in cui scelgo di prendermi cura di ciò
che ho costruito con le mani e con il cuore.
Lettere a Stroit resta uno spazio di ascolto. Ma oggi è anche una realtà che ha imparato a organizzarsi, a pianificare, a pensarsi nel tempo. Non
per diventare altro, ma per restare fedele a ciò che è sempre stato: un luogo in cui le persone si sentono viste, accolte, comprese.
Quello che allora non sono riuscito a mostrare, oggi desidero condividerlo con te. Perché ogni progetto attraversa un momento in cui deve
scegliere se restare sogno o diventare forma. Io ho scelto la forma che custodisce il sogno.
E forse è proprio qui che l’ascolto diventa impresa: non quando si vende, ma quando decide di durare.
