Perché?

Agisci come se quel che fai facesse la differenza, la fa.

William James

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Sparanise, 17 luglio 2025


Ex nihilo nihil fit.

Lucrezio


Perché tutto questo?

Non ti nascondo che ci ho messo anni per arrivare qui, a questo punto.
Anni a cercare di capire cosa mi spingeva davvero.
E non è stata una scoperta facile, anzi. 
Ci sono stati giorni in cui non riuscivo a creare.
Mi bloccavo come se tutto dentro si fosse fermato.
Momenti di sconforto, in cui sembrava di girare in tondo senza uscita.
Ma anche momenti in cui, tra la confusione, scoprivo qualcosa di nuovo su di me.
Giorni in cui, senza sapere come, qualcosa cominciava a muoversi, piano piano, dentro.

All’inizio pensavo di fare tutto questo solo perché sentivo che dovevo.
Ma col tempo ho capito che era più profondo, che c’era bisogno di guardare meglio dentro.
Perché Lettere a stroit non è solo un progetto.
È un gesto.
Un gesto che mi somiglia.
Silenzioso, profondo, curato.
È il modo che ho trovato per restituire qualcosa al mondo.
Per mettere ordine nel mio caos, e costruire qualcosa che sia vero, anche nella confusione.
Per lasciare un segno, senza dover urlare.
Per sentirmi vivo, utile, autentico.

Nessuno me l’ha chiesto.
Eppure, dentro di me qualcosa continuava a chiamare.
E a quel richiamo, non ho saputo voltare le spalle.

Forse l’ho fatto per sentirmi meno solo.
Perché in quelle lettere, nelle storie degli altri, cercavo compagnia.
Nel momento in cui qualcuno decideva di aprirsi con me, di affidarmi qualcosa di fragile, il mio essere al mondo trovava un senso nuovo.
È come se ogni pezzo spezzettato di me diventasse uno strumento per accogliere.

Forse l’ho fatto perché credevo che potesse davvero fare del bene, un’iniziativa come la mia.
Dove le persone potessero sentirsi accolte.
Senza fretta, senza giudizio.
Un luogo dove anche il dolore avesse voce, ma non l’ultima parola.
Dove nessuno dovesse sentirsi di troppo, inadeguato, sbagliato.
Dove si potesse restare, anche senza dover spiegare tutto.
Un posto semplice, ma umano.
In cui essere ascoltati potesse diventare un piccolo atto di cura, per chi scrive, e per me che leggo.

Oppure, più semplicemente,
l’ho fatto perché non so restare fermo davanti a ciò che manca.
Perché sono fatto così: per costruire, per dare forma all’invisibile, per trasformare la possibilità in presenza.
È il mio modo di esserci.
Con le mani, con la testa, con il cuore.

Ma credo anche che l’abbia fatto anche per amore.
Amore per la vita, per le storie, per le persone.
E forse anche per quel bambino che sono stato, quello che cercava un posto dove essere capito, senza dover spiegare tutto.
Un posto in cui il cuore potesse parlare, senza paura di non essere ascoltato.

Ho spesso dubitato del fatto che il mio perché esistesse davvero.
Non perché mancasse qualcosa, ma perché non riuscivo a vedere chiaramente i motivi che mi tenevano in piedi, quelli che, in silenzio, mi impedivano di lasciar andare tutto.
Eppure il mio perché esiste.
Non è nato ieri.
È cresciuto con me.
Nelle notti in cui non riuscivo a dormire.
Nei pensieri che mi prendevano di sorpresa.
Nelle parole scritte cento volte e in quelle che non ho mai avuto il coraggio di dire.
È lì, tra ciò che resta e ciò che, nonostante tutto, continua ad andare avanti.

Ma la cosa più bella, è che il mio perché l’ho costruito io.
Non l’ho ereditato.
Non l’ho trovato per caso.
È nato da ciò che ho saputo creare, da ogni scelta, da ogni gesto, da ogni volta in cui avrei potuto arrendermi e invece ho deciso di restare.
Se oggi quel perché ha forma, ha carne, ha voce, è perché gli ho dato un corpo.
È un perché che cammina, che si muove, che respira.
E porta dentro ogni parte di me.

Non l’ho fatto per brillare, né per guadagnare, né per occupare spazio.
L’ho fatto per esserci.
Con sincerità, con amore, con calma.
Per tendere una mano a chi ha perso la voce.
Per restare accanto a chi attraversa la vita, nella bellezza e nella fatica.
Sì, l’ho fatto per amore.
Ma anche per dolore.
Perché so quanto pesa il silenzio quando nessuno ti capisce.
So cosa significa non sapere dove mettere ciò che senti.
È per questo che ho costruito un rifugio.
Un luogo piccolo, ma vero.
Dove accogliere, senza fretta, chi ne ha bisogno.

Ho creato Lettere a Stroit per non lasciare sole le persone.
Perché so, dalla mia esperienza, dalla mia pelle, quanto possa essere devastante sentirsi soli quando tutto quello di cui avresti bisogno è un po’ di ascolto, una compagnia vera, qualcuno che ti guardi davvero, che non giudichi, che non scappi via.

E ciò che rende tutto questo ancora più vero è che non lo sto facendo solo per gli altri, ma anche per me.
Perché anche io ho bisogno di aprirmi, di sentirmi meno solo, di entrare in relazione senza dovermi nascondere.

Ho trasformato tutto ciò che custodivo dentro di me da anni.
Ho preso le ferite e le ho fatte diventare un gesto d’amore.
Ho preso il vuoto che conoscevo, e ne ho fatto un luogo pieno, dove chiunque possa trovare ciò che io avrei voluto incontrare nel mio cammino.
Questo mi ha tenuto in piedi, soprattutto nei momenti difficili, nei giorni di blocco.
Non ho mai mollato, nemmeno quando sarebbe stato più facile lasciar perdere.
Perché dentro di me ci sono tutte queste ragioni.
Ed è grazie a loro se oggi sono riuscito a pubblicare definitivamente il progetto.

Ed è proprio così: ex nihilo nihil fit, nulla nasce dal nulla.
Ogni gesto, ogni parola, ogni scelta è la somma di tutto ciò che ho vissuto, di ogni frammento di vita che mi ha toccato, di ogni ferita che ho trasformato in forza.
Questo progetto non è mai stato un salto nel vuoto, ma il lento germogliare di qualcosa di vero, nato da dentro, dalle radici profonde di me.
E ora, mentre lo lascio andare nel mondo, so che non è la fine, ma un nuovo inizio.
Perché tutto quello che do, tutto quello che accolgo, torna sempre a nutrire chi sono davvero.
E così continuerò, passo dopo passo, a costruire spazi dove le storie possono vivere, dove il silenzio si fa ascolto, e il cuore trova casa.