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Sparanise, 14 marzo 2026


«Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?»

Adriano Olivetti 
Ai lavoratori di Pozzuoli, 1955


Lettere a Stroit: dall'ascolto nasce l'impresa

Avevo ventun anni quando iniziai a progettare Lettere a Stroit. Desideravo creare qualcosa che mi permettesse di avvicinarmi alle persone. In un tempo in cui incontrarsi era diventato difficile, cercavo un modo per accogliere le loro storie e provare a esserci per chi sentiva il bisogno di raccontarsi.

In quei mesi la pandemia veniva raccontata ancora ogni giorno, mentre il modo in cui ciascuno la stava vivendo rimaneva spesso sullo sfondo. Il mio desiderio nasceva proprio da quella mancanza. Volevo raggiungere le persone e rivolgere loro una domanda semplice: «Ciao, come stai?».

Lettere a Stroit non è nato come progetto imprenditoriale.

È nato dal tentativo di scoprire come stessero le persone.

Quella domanda mi sembrava così importante che decisi di provare a darle forma.

Scelsi che l’iniziativa sarebbe stata gratuita e non avrebbe avuto alcun fine economico. In quel momento, le due cose coincidevano: se Lettere a Stroit nasceva per chiedere alle persone come stessero, la loro risposta non poteva avere un prezzo né diventare qualcosa da cui ricavare un guadagno.

L’ho sempre considerato, prima di tutto, un progetto personale: uno spazio nel quale mettermi alla prova, scoprire le mie capacità ed esprimere la mia creatività.

Negli anni, quando qualcuno mi chiedeva se intendessi ricavarne qualcosa, provavo fastidio. Mi sembrava che, in un istante, l’attenzione si spostasse dalle persone al denaro.

Raccontarsi, cercare ascolto e condividere ciò che si sta vivendo rispondono a un bisogno umano. Legare quel bisogno a un interesse economico avrebbe allontanato il progetto dalla ragione per cui era nato.

Mantenere gratuita la partecipazione ha significato, e significa tuttora, farmi carico di ogni spesa. Ho sempre accettato di farlo, perché permettere a una persona di raccontarsi senza che il denaro diventi una barriera mi fa sentire che anche il mio gesto può contare davvero.

Per i primi tre anni, l'idea che Lettere a Stroit potesse diventare anche un'attività non entrò mai nei miei pensieri.

Poi, nel novembre del 2024, mentre scorrevo il feed di Instagram, trovai un'inserzione promossa da Amazon e Develhope. Riguardava l’Amazon Supply Chain & Technology Incubator, un percorso pensato per accompagnare i giovani nello sviluppo di un’idea imprenditoriale e aiutarli a trasformarla in un’attività capace di crescere.

L’annuncio attirò la mia attenzione e decisi di chiedere maggiori informazioni. Fu così fissata una videochiamata conoscitiva con una referente del programma per il 4 novembre 2024, alle 9:30.

Quella mattina indossai la maglietta con il logo di Lettere a Stroit, misi le cuffiette e mi collegai alla riunione.

Durante il colloquio raccontai com'era nato il progetto, il percorso compiuto fino a quel momento e ciò che immaginavo per il suo futuro. Parlammo anche delle opportunità che quel programma avrebbe potuto offrirmi e delle nuove possibilità che avrebbe potuto aprire per Lettere a Stroit.

A un certo punto arrivò la domanda più semplice e, per me, più estranea: «Come guadagni?».

Non avevo una risposta, perché fino a quel momento non ne avevo mai cercata una.

Ricordo bene il momento in cui mi fu detto che Lettere a Stroit non era «scalabile». Durante la videochiamata rimasi composto, ma quella parola mi stizzì più di quanto lasciai trasparire. Sentivo che il progetto veniva giudicato secondo un criterio che non aveva mai fatto parte della sua storia.

Soltanto più avanti avrei compreso che quella definizione non ne metteva in discussione il valore. Indicava, piuttosto, un limite concreto: nella forma che gli avevo dato, tutto dipendeva da me, dal mio tempo e dalle mie risorse.

Mi veniva quindi chiesto di guardare ciò che avevo creato da una prospettiva che non avevo mai considerato: quella dell'impresa. Per me Lettere a Stroit era incontro. Per entrare in quel percorso, tuttavia, avrei dovuto dimostrare che poteva diventare un modello capace di sostenersi e crescere.

Quel punto di vista mi lasciava perplesso, ma decisi comunque di approfondirlo. Volevo mettermi alla prova e scoprire se avrei saputo raccontare il progetto anche attraverso modelli, obiettivi e risorse, senza perdere ciò che lo aveva fatto nascere.

Al termine della videochiamata dissi che ci avrei lavorato e che avrei voluto candidarmi. Prima di salutarci, mi fu spiegato che sarebbero state valutate soltanto le prime 150 candidature e che, se intendevo partecipare, sarebbe stato meglio non aspettare troppo.

Quell'informazione aggiunse una nuova tensione. Da una parte mi spingeva a cominciare; dall'altra mi costringeva a comprendere, in poco tempo, se fossi davvero disposto a guardare Lettere a Stroit anche come un'attività.

E la fretta non apparteneva al modo in cui avevo sempre lavorato al progetto.

Quando la conversazione terminò, quelle domande rimasero con me. Per la prima volta, la possibilità di dare a Lettere a Stroit anche una dimensione imprenditoriale aveva trovato spazio nei miei pensieri.

Fu allora che cominciò il confronto più difficile: capire se avrei potuto seguire quella strada senza allontanarmi dai principi che, fino a quel momento, avevano orientato ogni mia scelta.

Nei giorni successivi iniziai a lavorare seriamente alla candidatura. Provai a riconsiderare ogni mia scelta in chiave imprenditoriale.

Era la prima volta che affrontavo un lavoro del genere e non sapevo proprio da dove cominciare. Economia, marketing e sostenibilità appartenevano a un linguaggio che stavo appena iniziando a conoscere. Prima di quella videochiamata non conoscevo nemmeno il significato di «scalabilità» e non avevo mai preparato una presentazione professionale. Stavo cercando di trasformare Lettere a Stroit in un'attività mentre imparavo che cosa significasse avviarne una. 

Alle lettere dovevo ora affiancare costi, ricavi e previsioni, senza sapere ancora come far convivere quei due modi così diversi di guardare il progetto. Mi domandai quale forma avrebbe potuto assumere, quali risorse avrebbe richiesto e da dove sarebbero potute arrivare le entrate necessarie a sostenerlo. Cercai possibili fonti di entrata e provai a definire un modello che gli permettesse di andare avanti senza rinunciare alla gratuità scelta per chi partecipava.

Sulla carta, alcune idee sembravano poter tenere insieme le due dimensioni. Quando, però, provavo a tradurle in scelte concrete, sentivo crescere la distanza tra il progetto che stavo descrivendo e quello che avevo scelto di costruire.

Dopo quella videochiamata, i giorni cominciarono a scorrere più in fretta. Continuai a lavorare alle presentazioni da caricare per la selezione.

Ci provai davvero. Mi forzai anche.

Più tentavo di rendere credibile quella nuova versione del progetto, meno riuscivo a riconoscere Lettere a Stroit in ciò che stavo preparando.

La scadenza era fissata alla fine della giornata del 3 gennaio 2025, ma sapere che sarebbero state valutate soltanto le prime 150 candidature faceva pesare ogni giorno che passava. Nel giro di poche settimane mi ritrovai a studiare argomenti che non avevo mai affrontato, a considerare prospettive fino ad allora sconosciute e a prendere decisioni che riguardavano l'identità stessa del progetto.

Il poco tempo a disposizione non mi permetteva di comprendere fino in fondo ciò che stavo proponendo.

Il problema, però, non era soltanto ciò che ancora non sapevo. Dentro di me avevo già intuito che non volevo presentare l'iniziativa in quella maniera. Il modello che stavo costruendo non mi piaceva e, soprattutto, non mi sembrava più Lettere a Stroit.

Ma continuai lo stesso.

Pacta sunt servanda, mi ripetevo: avevo detto che avrei presentato la candidatura e sentivo di voler mantenere la parola data. 

Cominciai a rimandare, pur sapendo che sarebbero state presentate altre domande e che le mie possibilità si sarebbero ridotte. Stavo già sabotando la mia candidatura: lasciavo che fosse il tempo a scegliere al posto mio, perché non avevo il coraggio di farlo.

Ricordo nitidamente il 3 gennaio 2025. Alle 19:00 ero ancora davanti al modulo della candidatura, immobile, mentre il tempo a disposizione stava per esaurirsi. La scelta, ormai, si era ridotta a due possibilità: caricare i documenti oppure fermarmi.

Iniziai a compilare il questionario. Quando arrivai alla sezione in cui avrei dovuto allegare le presentazioni, scelsi di non farlo.

Non ebbi la forza di compiere l'ultimo passo. Arrivato fin lì, mi tirai indietro.

Fu una rinuncia consapevole.

Presentai comunque la candidatura e potei dirmi di aver mantenuto la parola data, ma avevo omesso proprio ciò che avrebbe potuto darle una possibilità. Mi ero candidato nel solo modo che mi avrebbe impedito di essere selezionato.

Il 27 gennaio 2025, alle 17:07, trovai nella mia casella di posta il messaggio che ormai mi aspettavo:

«Siamo spiacenti di informarti che la tua idea non è risultata tra quelle selezionate per questa edizione del programma».

Era l'esito che avevo previsto e, in parte, provocato. Eppure, quel no mi fece male lo stesso. Toccò una parte di me che, nonostante ogni esitazione, avrebbe voluto vedere Lettere a Stroit riconosciuto anche lì.

Dopo quell'esperienza non smisi più di interrogarmi. Mi chiedevo se, con più tempo, sarei riuscito a considerare davvero l'idea di trasformare Lettere a Stroit in un'attività. Forse non l'avevo rifiutata definitivamente. Forse avevo soltanto provato ad affrontarla prima di essere pronto.

La risposta non arrivò subito. Ci vollero altri mesi e, nel frattempo, quella domanda smise di riguardare soltanto la selezione e cominciò a riguardare la mia vita.

Erano trascorsi quasi quattro anni dall’inizio e io non ero più il ragazzo che aveva cominciato a costruire Lettere a Stroit. Avevo ormai venticinque anni, non avevo un lavoro, non avevo ancora concluso l’università e il progetto, in quel momento, non era neppure pubblicato.

Per la prima volta guardai tutti questi elementi insieme. Continuavo a dedicare a Lettere a Stroit il mio tempo e i miei risparmi, come avevo sempre scelto di fare. Mi riconoscevo ancora in quella scelta, ma cominciai a chiedermi se potesse continuare a essere il modo giusto per accompagnarlo negli anni successivi.

La domanda sull’impresa non riguardava più soltanto quella candidatura: riguardava ormai il futuro di Lettere a Stroit.

Fu in quei mesi che la parola «sostenibilità» cominciò ad assumere per me un significato più concreto. Non coincideva necessariamente con il profitto: significava comprendere di cosa avrebbe avuto bisogno Lettere a Stroit per continuare a esistere nel tempo.

Lettere a Stroit poteva essere gratuito per chi partecipava, ma non era gratuito da far esistere. Il progetto richiedeva tempo, strumenti, consulenze, organizzazione, responsabilità ed energie. Il fatto che fossi io a sostenerne personalmente ogni spesa non eliminava quei costi: li rendeva soltanto invisibili e affidava il futuro del progetto alle possibilità di una sola persona.

Dare una struttura a ciò che avevo creato, allora, non significava necessariamente tradirlo. Poteva essere il modo per proteggerlo dal limite di ciò che, da solo, sarei riuscito a sostenere.

Anche la parola «scalabilità», che durante quella videochiamata mi aveva stizzito, cominciò lentamente a perdere il significato che le avevo attribuito. Non ero obbligato a trasformare Lettere a Stroit in un modello commerciale, né a far dipendere la sua sostenibilità economica dalla partecipazione.

A crescere potevano essere le attività costruite intorno al progetto e la loro capacità di sostenerlo. Il suo cuore sarebbe rimasto lo stesso: raggiungere le persone, ascoltarle e rispondere senza chiedere loro nulla.

Il 30 agosto 2025, quella consapevolezza diventò una scelta. Decisi di iniziare a scrivere un piano d’impresa.

Questa volta non c’erano un concorso, 150 candidature o una domanda posta da qualcun altro. Ero io ad aver riconosciuto che, se volevo permettere a Lettere a Stroit di continuare nel tempo, avrei dovuto costruire intorno a esso una struttura capace di sostenerlo.

La struttura non deve sostituire l’incontro.

Deve renderlo possibile.

Da allora ho continuato a pensare, studiare e rivedere le mie scelte senza l’urgenza che aveva accompagnato quella prima candidatura. Non dovevo più trovare ogni risposta nel giro di poche settimane. Potevo concedermi il tempo necessario per capire quale forma potesse assumere Lettere a Stroit senza diventare qualcosa in cui non mi riconoscevo.

Non saprò mai che cosa sarebbe accaduto se il 3 gennaio 2025 avessi allegato quelle presentazioni. Forse sarei stato selezionato, forse no.

Va bene così.

Non ero pronto.

Quella rinuncia continua a farmi riflettere, ma non riesco più a considerarla soltanto un’occasione perduta. In quel momento avevo bisogno di fermarmi, perché non riconoscevo Lettere a Stroit in ciò che stavo preparando.

Ora, invece, so di voler proseguire lungo quella strada.

Non perché ogni dubbio sia scomparso, ma perché riesco a vedere nell’impresa un modo per permettere a Lettere a Stroit di continuare a camminare.

Da questa esperienza nasce il nuovo documento d’impresa di Lettere a Stroit. L’ho preparato dopo essermi concesso il tempo che allora non ebbi. Vi ho raccolto idee, possibilità e strumenti attraverso cui il progetto potrebbe sostenersi e crescere senza rinunciare alla scelta da cui ero partito: partecipare continuerà a essere gratuito.

Le risorse necessarie non arriveranno dalle lettere o dalle storie delle persone, ma dalle attività che potranno nascere intorno al progetto.

A lungo ho temuto che trasformare Lettere a Stroit in un’attività significasse allontanarlo dalla ragione per cui lo avevo creato. Ho compreso, invece, che occuparmi del suo futuro richiede anche di gestire i suoi costi, la sua organizzazione e le risorse necessarie a farlo esistere.

Questo documento racconta la direzione che, dopo anni di tentativi e domande, riesco a immaginare.

Finalmente riconosco Lettere a Stroit in ciò che ho scritto.

Il 3 gennaio 2025 non ebbi il coraggio di allegare le presentazioni. Oggi scelgo di mostrarti questo lavoro perché ho compreso che cercare una struttura capace di sostenere Lettere a Stroit significa anche trovare il modo migliore per permettergli di crescere.

A ventun anni desideravo avvicinarmi alle persone e chiedere loro come stessero.

Quell’intenzione non è cambiata.

È cambiato il modo in cui ho scelto di proteggerla.